Com’è social quel media

by Bell´uomo on March 6th, 2010

Marco Pratellesi da Mediablog del corriere.it

Il Dipartimento di Stato Usa ha sostituito il temine “social network” con “Social Media” per riferirsi a quell’insieme di piattaforme web che vanno da Facebook a Twitter. Non è un cambiamento di poco conto poiché sta a significare che per l’amministrazione del presidente Barack Obama questi sono i nuovi mezzi di comunicazione di massa ai quali guardare per l’informazione del futuro. “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”, ha detto Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton, rivolgendosi a una platea di 30 giornalisti di tutto il mondo giunti a Washington per una serie di incontri sulle nuove tecnologie organizzati dal Foreign Press Centers.

Dai colloqui è emersa la strategia della Casa Bianca nel campo della comunicazione: milioni di persone in tutto il mondo oggi stanno sui social network per conversare, organizzare la propria vita sociale e scambiare opinioni. Per una gran parte di esse questi sono anche la fonte principale dalla quale attingono notizie. Dunque è nata una nuova audience (il pubblico dei Social Media) e se vogliamo stare in contatto, condividere, e conversare con loro, dobbiamo portare l’informazione in questo “nuovo mondo sociale”.

Il cambiamento è radicale: fino a pochi anni fa essere in internet voleva dire aprire un sito web e aspettare che gli utenti interessati, per un motivo o per l’altro, arrivassero a visitarlo. Oggi la Casa Bianca ha ribaltato quella prospettiva: se le persone stanno principalmente altrove (i social network) non si può attendere che vengano da noi, ma dobbiamo muoverci portando noi i contenuti dove gli utenti si aspettano di trovarli (i social media). “Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente”, spiega Katie Dowd, new media director.

La svolta di Obama, il primo “Internet president” come viene definito dal suo staff, nasce dall’intuizione che anche nella pur giovane vita di internet si stia aprendo una nuova era: se prima era sufficiente essere sul web con un sito per avere assicurata una certa influenza, oggi per essere veramente rilevanti  questo non basta più. Per raggiungere milioni di persone e parlare con loro c’è solo una opportunità: non essere semplicemente su internet, ma fare parte di internet; essere inseriti in quel sistema di conversazione e informazione, di interazione e condivisione che fino a poco tempo fa indicavamo sotto il nome di social network e al quale, da adesso, dovremmo abituarci a fare riferimento come ai social media.

La love story di Michael Moore

by Bell´uomo on February 26th, 2010

Avete visto Capitalism, a love story? L’ultimo film di Michael Moore è destinato a creare le solite polemiche, i soliti strali di fan deliranti che lo acclameranno quale portavoce della verità rivelata e i consueti improperi di chi lo considera il male assoluto. Moore, come sempre, è bravissimo a far parlare gli altri e a trovare storie forti, pungenti, al limite del verosimile. Il problema inizia quando parla lui, e in questo film parla moltissimo.

L’ambizione del documentario (che è tutto tranne un docu-film, anzi: è una ricostruzione macchiettistica della realtà) è quella di raccontare l’intera storia del capitalismo, analizzandone storture e paradossi. Già da questo si intuisce l’impresa titanica: perfino quando parlava di armi e sanità, argomenti molto più circoscritti, Moore aveva spesso esagerato. In quest’ultimo caso sbraca completamente e indossa una finta barba da profeta per fare la morale al mondo intero, accusato di essere un ingranaggio di un sistema claustrofobico e patrigno.

Cinematograficamente accattivante, ben montato, divertente e con un ritmo piuttosto sostenuto (anche se ogni tanto la lentezza si fa sentire), Capitalism, a love story è a dir poco imbarazzante nei suoi contenuti. Il film è impregnato di una retorica bolsa, tronfia, ideologicamente piatta che nasconde tutti i vuoti di Moore. La line-up è questa: i ricchi hanno tanto e sono cattivi, i poveri sono buoni e oppressi; la gente, se si unisce, può farcela; il capitalismo è una merda, quello americano ancor più; il capitalismo è antitetico alla democrazia. Ci voleva proprio il signor Moore a indottrinarci con sentenze così illuminanti. La cosa, appunto, imbarazzante sta nel fatto che per sciorinare i suoi punti di vista il regista si affida a associazioni alquanto arbitrarie e a formule sconcertanti: come quando racconta la storia di alcuni ragazzini sbattuti in riformatorio per un caso di corruzione di un giudice (secondo Moore, trattasi di “avidità” del capitalismo…), o come quando si lancia in una prolusione pro Obama (sembra di vedere un Piero Ricca americano che loda e sbroda il Presidente premio nobel…bah) cinque minuti dopo aver ferocemente criticato il suo ministro dell’economia, Geithner, accusato di essere un fallimento vivente, espressione delle lobby finanziarie americane. Ma chi l’ha nominato Geithner, io?!

Moore, ahinoi, dà il meglio di sé nella vieta ideologia complottista che innerva tutti i suoi prodotti. Quando parla dell’inizio della crisi sub prime, paventa un “colpo si stato finanziario”, senza spiegare ne quando, ne come, ne dove, ne perché, ne soprattutto cosa diavolo sarebbe stato questo giro di vite di Wall Street. Anzi fa peggio: per legittimarsi mette tutto in bocca a una senatrice democratica (forse trombata dal nuovo Congresso?) piuttosto focosa. Il leader dello sberleffo antipolitico che lecca il culo a Obama e fa il ventriloquo dei senatori: chapeau.

Il registra, inoltre, usa un trucchetto che gli è sempre andato a genio: quello della deduzione arbitraria. In September 9/11, Moore filma Bush che sta in una scuola a fare l’allocco con i bambini. Entra un uomo che gli sussurra qualcosa e lui si fa serio. Il sesto senso di Moore gli suggerisce questo: il personaggio in questione ha detto a Bush che le twin towers sono crollate. La deduzione è puramente arbitraria e capziosa, ma nell’economia del film funziona alla grande, dato che la maggior parte degli spettatori allocchi rimane a bocca aperta. In Capitalism, Moore usa lo stesso trucchetto più volte (come quando finge di chiamare l’ex ministro Paulson), con esiti ancor meno felici.

Insomma tra folate di retorica, omaggi aprioristici al duo Roosvelt-Obama, immagini di repertorio, folate di buonismo e di “cattivismo” un po’ vecchiotto, Moore farebbe meglio a stare più zitto e a tentare di fare il cronista. Le storie, infatti, le trova, e bene: come quella di una famiglia sfrattata e pagata dalla stessa banca che le ha pignorato la casa per bruciare i propri mobili. Però il film rimane scondito, anche se gli spunti, come vedete, non mancano.

Brian Sitza’s Duo Deno – Geese

by Tigre di Legno on February 19th, 2010

Ascoltate e giudicate. La vita è insulsa e difficile, invadente a tratti… Piena di uccelli indesiderati. E a volte non ti resta che cantare la tua angoscia. Una canzone imprecisa e preziosa.

Brian Sitza’s Duo Deno – Geese (Chiara, Elmosi, Chiara)

Line up:

  • Brian Sitza ( Piano, Wurlitzer Electronic Piano, Marimba, Backing Vocals)
  • Luca M. Elmosi ( Lead Vocals, Flute, Piano, Percussions)

Che Χριστός è?

by Tigre di Legno on February 14th, 2010

Il grande concorso a premi della Scatola dei Sorci

Ascolta con attenzione il brano qui sotto, rifletti, fai uno spuntino veloce e poi azzarda una risposta. Lasciati guidare dall’intuizione. La fisarmonica sussurra una melodia, ti ricorda qualcosa?
E’ musica  tradizionale greca. Può darsi che ascoltando la canzone-soluzione ti sia capitato di pensare ad un’altra area geografica, sempre sul Mediterraneo ma… Invece no, è roba greca… Chissà come mai?

Suggerimenti: ti ho già aiutato molto. Comunque, a scanso di equivoci:

  • la risposta corretta non è: Madre Tortura di Richard Benson
  • la risposta corretta non è: Mare Mare di Toni Santagata
  • la risposta corretta non è: Chukrum di Giacinto Scelsi
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Ai primi tre classificati, selezionati da una giuria di esperti, verranno assegnati gli Ambitissimi Premi della Scatola dei Sorci:

  1. Tessera del Partito dei Pensionati
  2. Edizione Blu-Ray di It conquered the World (1958) (pellicola sci-fi di serie Z)
  3. Un panino al prosciutto

L’Invidiabile Premio Internazionale della Critica (consistente in un Ecopass per la giornata di martedì 13 Aprile 2010) sarà invece riservato al concorrente che dimostrerà di ricordare quale musicista, in quale contesto produsse un argomentato elogio del film It conquered the World (1958), secondo premio del concorso ufficiale (per te in edizione Blu-Ray).

E ora cerca di risolvere l’infernale rompicapo. Intanto ti auguro buona fortuna.