Buon compleanno Wang Yeu-tzuoo!

by wooden tiger on February 8th, 2010

In occasione del venticinquesimo compleanno del noto tennista taiwanese, pubblico un vecchio articolo di Pasolini che ho scovato in rete.
Quella di cui si parla nel pezzo è l’Italia di trentacinque anni fa (quel digiuno di Pannella era uno dei primi, pensate) e da allora molto è certamente cambiato. Cionondimeno ritengo che alcune delle questioni che vengono affrontate non si debbano necessariamente ritenere superate. Diciamolo meglio: leggendo l’articolo mi sono trovato a pensare all’Italia di oggi, a.D. 2010.
Mi piacerebbe sentire la vostra su un paio di cose:
1) La mia impressione è che oggi come allora molta politica si rivolga più volentieri a sezioni di società (da considerare compartimenti stagni d’opinione e di intenzioni di voto) piuttosto che al particolare dell’individuo: al particolare delle sue ambizioni, dei suoi convincimenti, del suo barbaro interesse. Perché mai una simile prassi comunicativa va considerata la più votata al realismo? Io sospetto che questo modo di fare più che realistico sia imperante, semplicemente al potere, attrezzato di megafoni e fiancheggiatori. E’  la società ad essere irrimediabilmente conformista o è la classe politica maggioritaria a servirsi di un’astrazione per conservare lo status quo? Insomma, è più fantasioso pensare a mute di italiani scaldate dalla stessa visione dell’universo o stimare la pervasività e la disponibilità di sermoni di comunione fittizia ripetuti ad oltranza? Di qui altri dubbi:
2) Il referendum: strumento inefficace d’altri tempi o istituto osteggiato, indebolito ed umiliato dalla partitocrazia?
3) Gli scioperi della sete di Pannella creano ancora scandalo?

  • No, perché riguardano questioni di interesse limitato.
  • Sì, infatti ne fa ancora.
  • No, perché sono finti. «Nel senso che beve».

4) E’ sempre da privilegiare, quando si discute di politica, il punto di vista di chi si trova a gestire il potere, indipendentemente dal fatto che tale sguardo abbia “come oggetto le cose e i fatti storici e concreti – e il conseguente giudizio su di essi”?

Apriamo un dibattito sul caso Pannella - Pierpaolo Pasolini, Corriere della Sera del 16/7/1974

Marco Pannella è a più di settanta giorni di digiuno: è giunto allo stremo; i medici cominciano a esser veramente preoccupati e, più ancora, spaventati. D’altra parte non si vede la minima possibilità oggettiva che qualcosa di nuovo intervenga a consentire a Pannella di interrompere questo suo digiuno che può ormai divenire mortale (va aggiunto poi che un’altra quarantina di suoi compagni si sono man mano associati con lui a digiunare).

Nessuno dei rappresentanti del potere parlamentare (quindi sia del governo che dell’opposizione) sembra, neanche minimamente, disposto a “compromettersi” con Pannella e i suoi compagni. La volgarità del realismo politico sembra non poter trovare alcun punto di connessione col candore di Pannella, e quindi la possibilità di esorcizzare e inglobare il suo scandalo. Il disprezzo teologico lo circonda. Da una parte Berlinguer e il Cc del Pci; dall’altra i vecchi potenti democristiani. Quanto al Vaticano, è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani.

Tutto ciò non meraviglia, e vedremo il perché. Ma a cogliere il messaggio di Pannella sono renitenti, scettici e vilmente evasivi anche i “minori” (cioè quelli che hanno “minore potere”: per esempio i cosiddetti “cattolici del no”; oppure i progressisti più liberi (che intervengono in appoggio di Pannella solo in quanto “singoli”, non mai come rappresentanti di partiti o gruppi).

Ora, ti meraviglierai profondamente, lettore, nel conoscere le iniziali ragioni per cui Pannella e altre decine di persone hanno dovuto adottare questa estrema arma del digiuno, in tale stato di disinteresse, abbandono, disprezzo. Nessuno infatti “ti ha informato”, fin da principio e con un minimo di chiarezza e di tempestività, di tali ragioni: e certamente, vista la situazione che ti ho qui delineato, immaginerai chissà quali scandalose enormità. Invece, eccole: “1) la garanzia che fosse concesso dalla Rai-Tv un quarto d’ora di trasmissione alla Lid e un quarto d’ora a Dom Franzoni; 2) la garanzia che il presidente della Repubblica concedesse un’udienza pubblica ai rappresentanti della Lid e del Partito radicale, che l’avevano inutilmente richiesta e sollecitata da oltre un mese; 3) la garanzia che fosse presa in considerazione dalla commissione sanità della Camera la proposta di legge socialista sulla legalizzazione dell’aborto; 4) la garanzia che la proprietà del “Messaggero” assicurasse non una genericafedeltà ai principi laici del giornale, ma l’informazione laica e in particolare il diritto all’informazione delle minoranze laiche”.

Si tratta, come vedi, di una richiesta di garanzie di normalissima vita democratica. La loro “purezza” di principio non esclude stavolta la loro perfetta attuabilità. Vista, ripeto, la totale mancanza di informazione in cui “tutta” la stampa italiana ti ha lasciato in proposito di Pannella e del suo movimento, non ci sarebbe da meravigliarsi se tu pensassi che questo Pannella sia un mostro. Mettiamo una specie di Fumagalli, Le cui richieste siano “comunque” e “aprioristicamente” da non prendere in considerazione.

Ebbene, tanto per cominciare, ti dirò che, secondo il principio democratico cui pannella non deroga mai, lo stesso Fumagalli, che ho nominato “pour cause”, avrebbe diritto di essere preso in considerazione nel caso che avanzasse richieste del genere “formale” di quelle avanzate dai radicali. Il rispetto per la persona – per la sua configurazione profonda alla quale un sentimento della libertà, la cui formalità sia intesa come sostanziale, permette di articolarsi ed esprimersi a un livello per così dire “sacralizzato” da una ragione laica, rispetto anche alle più degradate idee politiche concrete – è per Pannella il “primum” di ogni teoria e di ogni prassi politica. In questo consiste il suo essere scandalo.

Uno scandalo inintegrabile, proprio perché il suo principio, sia pure in termini schematici e popolari, è sancito dalla Costituzione. Questo principio politico assolutamente democratico è attualizzato da Pannella attraverso l’ideologia della nonviolenza. Ma non è tanto la nonviolenza fisica che conta (essa può anche essere messa in discussione): quella che conta è la nonviolenza morale: ossia la totale, assoluta, inderogabile mancanza di ogni moralismo. (“Sosteniamo che è morale quel che appare a ciascuno”). E’ tale forma di nonviolenza (che ripudia anche se stessa come moralistica) che porta Pannella e i radicali all’altro scandalo: l’assoluto rifiuto di ogni forma di potere e la conseguente condanna (“non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo”). Frutto dell’assoluta e quasi ascetica purezza di questi principi, che si potrebbero definire “metapolitici”, è una straordinaria limpidezza dello sguardo posato sulle cose e sui fatti: esso infatti non incontra né l’oscurità involontaria dei pregiudizi né quella voluta dei compromessi.

Tutto è luce e ragione intorno a tale sguardo, che dunque, avendo come oggetto le cose e i fatti storici e concreti – e il conseguente giudizio su di essi – finisce col creare le premesse dell’inaccettabilità scandalosa, da parte della gente-bene, della politica radicale (“lungo l’antifascismo della linea Parri-Sofri si snoda da vent’anni la litania della gente-bene della nostra politica”; “…dove sono mai i fascisti se non al potere e al governo? sono i Moro, i Fanfani, i Rumor, i Pastore, i Gronchi, i Segni e – perché no? – i Tanassi, i Cariglia, e magari i Saragat, i La Malfa. Contro la politica di costoro, lo capisco, si può e si deve essere antifascisti…”). Ecco, a questo punto, suppongo, caro lettore, che ti sia chiaro lo “scandalo” Pannella; ma suppongo anche che ti sia tentato di considerare nel tempo stesso tale scandalo come donchisciottesco e verbale. che la posizione di questi militanti radicali (la nonviolenza, i rifiuto di ogni forma di potere e così via) sia ingiallita come quella del pacifismo, della contestazione, eccetera, e che infine il loro sia mero velleitarismo, che sarebbe addirittura santo e santificabile, se le loro condanne e le loro proposte non fossero così circostanziate e così dirette “ad personam”. Invece le cose non stanno affatto così. I loro principi per così dire “metapolitici” hanno condotto i radicali ad una prassi politica di assoluto realismo. E non è per tali principi “scandalosi” che il mondo del potere – governo e opposizione – ignora, reprime, esclude Pannella, fino al punto di fare, eventualmente, del suo amore per la vita un assassinio: ma è appunto per la sua prassi politica realistica. Infatti è il Partito radicale, la Lid (e il loro leader Marco Pannella) che sono i reali vincitori del referendum del 12 maggio. Ed è per l’appunto questo che non viene loro perdonato “da nessuno”.

Essi sono stati i soli ad accettare la sfida del referendum e a volerlo, sicuri della schiacciante vittoria: previsione che era il risultato fatalmente concomitante di un “principio” democratico inderogabile (anche a rischio della sconfitta) e di una “realistica analisi” della vera volontà delle nuove masse italiane. Non è dunque, ripeto, un principio democratico astratto (diritto di decisione dal basso e rifiuto di ogni atteggiamento paternalistico), ma un’analisi realistica, che è attualmente l’imperdonabile colpa del Pr e della Lid. Anziché essere ricevuti e complimentati dal primo cittadino della Repubblica, in omaggio alla volontà del popolo italiano, volontà da essi prevista, Pannella e i suoi compagni vengono ricusati come intoccabili.

Invece che apparire come protagonisti sullo schermo della televisione, non gli si concede nemmeno un miserabile quarto d’ora di “tribuna libera”. Certo il Vaticano e Fanfani, i grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere una simile esistenza. Pannella viene dunque “abrogato” dalla coscienza e dalla vita pubblica italiana. a questo punto la vicenda si conclude con un interrogativo. La possibilità di digiunare di Pannella ha un limite organico drammatico. E niente lascia presumere ch’egli voglia abbandonare. Cosa stanno facendo gli uomini o i gruppi di potere in grado di decidere della sua sorte? Fino a che punto arriverà il loro cinismo, la loro impotenza o il loro calcolo? Non gioca poi certo a favore della sorte di Pannella il fatto che essi a questo punto abbiano ben poco da perdere, il loro unico problema essendo, ora, salvare il salvabile, e prima di tutto se stessi. La realtà gli si è votata contro; la braca vaticana, dentro la quale contavano di condurre a termine al sicuro l’intera traversata del pelago della loro vita, minaccia seriamente di affondare; le masse italiane sono nauseate di loro, e si sono fatte, sia pure ancora esistenzialmente, portatrici di valori con cui essi hanno creduto di scherzare, e che invece si sono rivelati i veri valori, tali da vanificare i grandi valori del passato e da trascinare in una sola rovina fascisti e antifascisti (di oggi). Anche il minimo che poteva essere loro richiesto, cioè una certa capacità di amministrare, si rivela una atroce illusione: illusione di cui gli italiani dovranno ben accorgersi, perché – come i valori del consumo e del benessere – dovranno viverla “nel proprio corpo”. Sono le sinistre che devono intervenire. Ma non si tratta di salvare la vita di Pannella. E tantomeno di salvargliela facendo in modo che le quattro piccole “garanzie” che egli chiedeva e le altre che ora si sono aggiunte vengano prese in considerazione. Si tratta di prendere in considerazione l’esistenza di Pannella, del Pr e della Lid. E la circostanza vuole che l’esistenza di Pannella, del Pr e della Lid coincidano con un pensiero e una volontà di azione di portata storica e decisiva. Che coincidano cioè con la presa di coscienza di una nuova realtà del nostro paese e di una nuova qualità di vita delle masse, che è finora sfuggita sia al potere che all’opposizione. Pannella, il Pr e la Lid hanno preso coscienza di questo con totale ottimismo, con vitalità, con ascetica volontà di andare fino in fondo: ottimismo forse relativo o almeno drammatico per quanto riguarda gli uomini, ma incrollabile per quanto riguarda i principi (non visti come astratti né moralistici).

Essi propongono otto nuovi referendum riuniti praticamente in uno solo): e lo propongono ormai da anni, in una cosciente sfida a quello proposto dalla destra clericale (e finito con la più grande vittoria democratica della recente storia italiana). Sono questi otto referendum (abrogazione del Concordato fra Stato e Chiesa, degli annullamenti ecclesiastici, dei codici militari, delle norme contro la libertà di stampa e contro la libertà di informazione televisiva, delle norme fasciste e parafasciste del codice, tra cui quelle contro l’aborto, e infine l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti), sono questi otto referendum che stanno a dimostrare, in quanto ideazione concreta e progetto di lotta politica, la visione realistica di Pannella, del Pr e della Lid.
Sfidare il vecchio mondo politico italiano su questo punto e batterlo è l’unico modo per imprimere una decisiva svolta pratica alla situazione in cui l’Italia è precipitata, oltre a essere oggi l’unico atto rivoluzionario possibile. Ma questo è contro troppi miserabili interessi di uomini e partiti, ed è questo che sta pagando Pannella di persona. Nella vita pubblica ci sono dei momenti tragici, o peggio ancora, seri, in cui bisogna trovare la forza di giocare. Non resta altra soluzione. Dallo stile epistolare passerei qui dunque, caro lettore, a quello del volantinaggio, allo scopo di suggerirti il modo di non commettere, in questa circostanza, quello che i cattolici chiamano peccato di omissione, o comunque di fare il gioco, vitale, di chi decide di compiere un gesto «responsabile». Tu potresti decisivamente intervenire nel rapporto, a quanto pare, insolubile, tra l’intransigenza democratica di Pannella e l’impotenza del Potere, inviando un telegramma o un biglietto di «protesta» ai seguenti indirizzi: 1) Segreterie Nazionali dei Partiti (escluso, s’intende, il MSI e affini), 2) Presidenza della Camera e del Senato.

Carioca Confessions

by paolo on February 1st, 2010

Ciao Ragazzi !!

da tempo mi riproponevo di postare qualcosa sui miei viaggi nella scatola. E mentre attraversavo Rio de Janeiro in autobus, negli occhi le favelas abbracciate alle montagne, ho capito che é arrivato il momento di farlo.

Per agevolare la lettura ho deciso di dividere il post in 3 sezioni: 1) `turisti per caso´ che include le cose belle da vedere – quel sightseeing un pó cosí – che ci regalano foto da cartolina e le esperienze esotiche delle quali tanto si parla quando si torna a casa. 2) `Kerouac` che parla delle cose che finirebbero su un racconto on the road e 3) `Pulp` che invece narra di eventi dei quali sicuramente non parlerei ai miei genitori ;) Terró questo formato anche nei prossimi post.

Penso che tre (o piú) punti di vista differenti aiutino a mettere a fuoco la realtá delle cose, senza perdere in crudezza o dettaglio.

Turisti per Caso

In quanto ad attrattive turistiche (stricto sensu) Rio de Janeiro é vincente su quasi tutte altre le cittá che ho visto.

Gode, per esempio, di spiagge fantastiche, affacciate a quella frazione di Oceano atlantico che si chiama Baia de Guanabara. La sabbia fine, l´acqua trasparente e i lungomare con le palme le rendono una vera e propria hit. La mia spiaggia preferita é senz´altro Copacabana! é considerata da molti la spiaggia del popolo, perché molto meno chic di Ipanema e Leblon, e frequentata dai ragazzini delle favelas circostanti che qui vengono a giocare a calcio, fare il bagno e scavallare qualche turista. Di fatti é praticamente impossibile non venire scippati almeno una volta. A me é capitato persino che mi rubassero le ciabatte nei 3 minuti di bagno che ho fatto l´altro giorno! A notte inoltrata poi, il lungomare inizia a brulicare di travestiti della peggior risma (v. sez Pulp) e, ahimé, di 45enni Italiani che vanno in cerca di avventura. In realtá questi aspetti danno a Copacabana un aura di fascino e pericolo unica al mondo.

A Rio c´é poi il meglio degli altri classici Brasiliani. Tra i quali i miei preferiti sono le feste ed il calcio. Il quartiere dei locali si chiama Lapa (v. sez. Kerouac). Qui si affollanno giovani di tutti i tipi, riflettendo la tipica mixtura raziale brasileira  – Mulatti scuri, Mulatti chiari,  bianchi, neri, indigeni mulatti, etc. etc. – e la variegata situazione socioeconomica di Rio (v. sez. Kerouac) – poveri (quelli senza maglietta), ricchi, classe media molto poveri (quelli senza maglietta, scarpe e a volte pantaloni)-. Tutti celebrano insieme la musica che si versa nelle strade dai locali dove quartetti afrobrasileri improvvisano Samba e Choro. Le sale da ballo in sé sono geniali. Con il tipico stile da balera romagnola si compongono di un palco, dove suona l´orchestra, e pista da ballo. I musicisti (prevalentemente neri) si divertono da matti, suonando i loro ottoni, e movendosi ai ritmi locali. La musica é generalmente Samba, ma si suona anche una musica che proviene dal Nord Este, cuore Africano del paese che si chiama Forró. Il Forró é una specie di samba veloce e difficilissima da ballare – ma che ottiene il meglio dai ballerini capaci (e il peggio da quelli scarsi). Le origini del Forró sono di una musica introdotta dagli Inglesi per far intrattenere gli schiavi delle piantagioni, e si chiamava in origine `For All` che é stato poi tradotto in Forró. Lo spettacolo dei ballerini é inebriante. Coppie di  ragazzi in camicia e ragazze in gonna corta si lanciano in duetti passionali e sinuosi. Muovoni i piedi con rapiditá impressionante (ma armoniosa) continuando a ridere alla tipica maniera brasiliana. Molti giovani si conoscono cosí, una sera sambando, si baciano e vanno via insieme.

Kerouac

Dato che un tempo lavoravo ancora in banca d´investimento, avevo soldi da spendere, e poche remore a farlo. Adesso che sono disoccupato da quasi quattro mesi le cose stanno cambiando. E come un ex calciatore, guardo quello che rimane del mio conto in banca e vedo con rammarico che se devo viaggiare per altri due mesi in Brasile, devo iniziare a risparmiare. Adesso.

Siccome tra una settima é carnevale i prezzi degli ostelli stanno iniziando a esplodere. Tra poco una notte in un letto sgangherato, in una stanza divisa con altre 8 persone verrá a costare cento Euro a notte!!!! Pazzesco. Quindi mi attivo a cercare un letto attraverso Couchsurfing . Ovviamente non sono il solo ad avere questa idea quindi tutta la gente che contatto online ha giá dato via il proprio letto / divano allo sconosciuto di preferenza. Peró vedo che la sera stessa il gruppo Couchsurfing di Rio ha indetto un incontro settimanale, e decido che vale la pena farci un giro. L´incontro si svolge nello scenico Mercadinho São José. Li conosco una comunitá molto attiva diCouchsurfers composta principalmente da Brasiliani. Voglio conoscere un pó di gente, anche per chiedere se é disposta ad ospitarmi, quando rimango intrappolato in una conversazione sgangherata con un ingegnere di São Paolo che ubriaco fradicio mi racconta dei suoi viaggi in Europa. Maledico la mia sfiga e mi sforzo di trovare una via d´uscita quando mi rendo conto che tutto quello che cercavo potrebbe essere proprio lí, davanti a me. Allora lo interrompo con fare indifferente: ´tu sai mica dove posso stare a dormire, per tre settimane, carnevale incluso nel centro di Rio? `. Gli si accendono gli occhi e capisco che Track, é fatta! letto in camera singola a casa dell´ingegnere a 200 metri dalla spiaggia, nel quartiere Botafogo, Rio d. J. – interamente gratis!!!!

Quella sera stipuliamo i dettagli della nostra futura convivenza, ammazzandoci di Caipirinhas in Lapa. Passeggiamo tra i mendicanti e i venditori di birra e cachorros e mi godo lo scenario. Gente Sambando per strada, giovani che si baciano passionalmente, vecchi saggi un pó alticci che si godono la scena. C´é di tutto. C´é persino una famiglia (di neri ovviamente*) che vive per strada. Hanno con se tutti i loro averi; materassi vestiti, giocattoli dei bambini. Giocano e sono felici. Il mio futuro coinquilino, che é nato e cresciuto Paulista, mi spiega la differenza fondamentale tra Rio e São Paulo: a rio la gente ricca si mescola con la gente povera, a São Paulo no.

Ormai vivo da qualche giorno a Botafogo, e devo dire che la casa non é niente male! Peculiaritá? la casa é collocata esattamente a metá tra un morro (collina) che ospita una favela gigantesca, e un cimitero, in stile gotico… Come a dire che la cosa che separa gli abitanti della Favela dalla morte é la posizione della classe media.

Pulp

C´é chi dice che Rio sia la cittá piú calda del Brasile. Dopo essere stato una settimana a Manaus, nella giungla amazzonica, devo dargli torto. Ma non troppo… Fa un caldo pazzesco. Questo minaccia di compromettere i miei allenmenti per la maratona. Non ci si puó allenare con 35/40 gradi, quindi decido che l´unico modo di uscirne é di uscire per correre alle 5 di mattina per approfittare delle ore piú fresche della giornata.

Quando mi alzo quella mattina, ho in mente i 27 KM da percorrere tra Botafogo e la spiaggia di Copacabana . E ho in mente quanto siano duri. Carambolo fuori dal letto e vado al frigo a bere, per idratarmi per la lunga corsa. Bevo sorsi generosi da una bottiglia che sa di acqua del rubinetto, e  ricordo qualcosa che ho letto su una guida ´non bevete mai acqua del rubinetto´ma non ci faccio troppo caso. Dopotutto ho un sonno pazzesco e stó male al pensiero dell´allenamento incipiente.

Cosí parto di corsa da casa, al polso il mio orologio satellitare GPS, che misura la distanza che percorro e la velocitá a cui vado. Insomma un gioiello. Unica pecca, non é impermeabile. La corsa parte bene, vado sciolto e inizio a sentirmi un Kenyano – sono ispirato! Mi faccio strada tra gli insonni che portano a spasso il cane e formazioni di barboni che dormono sui marciapiedi e penso a quanto é bella Rio. Arrivo a Copacabana, con la sua sfilata di travestiti che animano la scena notturna. Mentre schivo i loro sguardi allupati ed incuriositi vedo due di loro che stanno litigando, e che iniziano a pestarsi selvaggiamente. Hanno il modo di fare delle donne incazzate, ma le mani pesanti e le braccia muscolose di due ragazzi, quindi iniziano a farsi piuttosto male.

Vado avanti, e inizio a sentire un leggero mal di stomaco. Ovviamente stringo i denti e mi convinco a non fare la fighetta. C´é una fantastica aurora che tinge di rosso l´orizzonte del mare. Lontana, qualche nave da crocera spezza l´orizzonte col fragore dei Neon… e Copacabana é idilliaca. Ma il mal di pancia diventa forte e non posso piú ignorarlo… Devo cagare. Dannata acqua del rubinetto. Cerco qualche bar aperto, ma ovviamente alle 6 15 di Domenica mattina trovo solo chioschi e birrai che quindi non rispondono alle mie esigenze. Intanto il mal di pancia sta diventando intrattenibile. Sto´ malissimo. Penso di andare a farla in mare ma l´orologio impermeabile al mio polso me lo impedisce. Non lo posso neanche appoggiare in spiaggia, me lo ruberebbero subito. E mentre faccio tutte queste considerazioni… Mi cago addosso. Ed é una cosa liquida, non di quelle che si ferma nelle mutande, ma di quelle che poi scendono lungo le gambe, fino a farti sembrare un marmocchio che ha corso nel fango…

Fortunatamente vedo, vicino a me, un signore dall´aria onesta (probabilmente é l´unico da queste parti a quest´ora) e, provando a non spaventarlo troppo gli chiedo se `mi puó tenere l´orologio, perché mi sono appena cagato addosso e vorrei lavarmi in mare, per favore`. Con mia somma sorpresa il buonuomo (che si rivela poi un Milanese – W i Milanesi!) accetta la mia peculiare richiesta, e prende cura del mio oroligo mentre mi detergo tra le onde…

Graffiti Romani

by La Blatta on January 29th, 2010

Due sere fa, riflettendo con Brian Sitza sul tema della Giornata della memoria con qualche birra di troppo in corpo, mi sono lasciato andare ad affermazioni discutibili (come al solito) per le quali sono stato prontamente redarguito.
Ieri mattina, riprendendo una cara consuetudine, mi sono recato dall’edicolante più vicino a casablatta per comprare la mia copia giornaliera de “Il Manifesto. Provvidenziale come al solito, la prima pagina presentava un lungo editoriale proprio sul tema della Memoria che ho trovato molto condivisibile. La saggezza dell’autore di certo supera la mia irruenza verbale…

“Sui muri del Museo della Liberazione di via Tasso a Roma, in occasione del 27 gennaio, insieme alla scritta «Olocausto propaganda sionista» più croce celtica è apparsa un’altra scritta anch’essa di ovvia matrice fascista, che dice: «Ho perso la memoria». Allo stesso modo della vicenda recente del furto della scritta «Arbeit macht frei» ad Auschwitz, questa scritta mi pare un esempio da manuale di come cancellazione della memoria ed eccesso di memoria siano la stessa cosa: uno che si ricorda di avere perso la memoria o che si affanna a farne sparire i segni è uno che la memoria se la porta cucita addosso, non riesce a liberarsene, e nel suo darsi da fare per rimuoverla non fa che richiamarla ossessivamente.
Basterebbe questo per poter dire che la giornata della memoria, con tutto il sovrappeso di liturgie e di cerimonialità che gli si è incrostato addosso, è comunque ancora portatrice di senso. Se non altro, serve a dire a fascisti, nazisti e razzisti che non ci dimentichiamo di loro, di quello che hanno fatto, di quello che stanno facendo e di quello che sono capaci di fare. Se noi pensiamo alla memoria solo come a un deposito di fatti appartenenti al passato, allora la giornata della memoria è davvero un cerimoniale ripetitivo e stanco. Ma se riconosciamo la memoria come la rielaborazione incessante del nostro rapporto attuale con il passato e con la storia, come a una faticosa ricerca di senso, allora questa giornata non può essere la stessa da un anno all’altro, ma deve
entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, servire da strumento interpretativo per il presente. E allora, – in una città che ha accolto il sindaco con camicie nere e grida di «Duce, Duce», che ha accompagnato con saluti romani l’inizio della campagna elettorale per le regionali della candidata Pdl Polverini, in un anno culminato con la caccia al nero di Rosarno – serve a ricordarci che alla Shoah non si è arrivati tutto d’un colpo. In Italia come in Germania il genocidio è stato l’orizzonte a cui tendevano un’infinità di passi e tappe intermedie – leggi, schedature, esclusioni, manipolazioni e corruzioni del senso comune, silenzi, indifferenze, opportunismi, guerre. La storia non si ripete mai identica e non immagino un ripetersi della catastrofe nelle stesse forme e luoghi di allora; ma i segni quotidiani intorno a noi vanno in direzione di un altro abisso la cui forma non riusciamo a immaginare. Ma che non per questo siamo meno responsabili di fermare finché siamo in tempo.
Perciò dobbiamo ringraziare gli autori di queste scritte perché, in tempi di razzismo anti-immigrati, anti-rom, anti-rumeni e anti-gay, ci ricordano che non si dà razzismo senza antisemitismo e che le forme più arcaiche di questo grado zero, modello e matrice di tutti i razzismi sono vive, vegete e postmoderne. Perché la memoria non serve a pacificare e farci sentire tutti buoni, ma a disturbare le coscienze: le coscienze degli eredi e dei complici dei massacri, che negano memorie che non possono sopportare, ma anche le coscienze di quelli che credono che tutto questo appartenga a un passato che non ci riguarda più, a una «barbarie» che non ha niente a che fare con le moderne radici dell’Europa – un passato sia pure da deprecare ma da chiudere col rituale «mai più» per poi ricominciare a occuparci di altro.
E soprattutto, questa giornata serve a respingere gli inviti interessati di chi, dalla stessa parte di questi graffitari orrendi, ci invita a minimizzare e a tacere. Direi che dobbiamo fare proprio il contrario: bisogna parlare, e parlare chiaro –
tanto alla sinistra esitante, quanto a quella destra che ha cercato una rispettabilità corteggiando la comunità ebraica. Deve farci capire se queste schifezze stanno ancora nel suo ambito e nel suo bacino elettorale, se le tollera o addirittura le va a cercare, o se ha il coraggio di rompere e di rifiutarle non a parole ma con fatti concreti. Come finora non ha fatto.”

Alessandro Portelli

La vergogna di Facci per l’attacco di Libero e dintorni all’ “assassina” Emma Bonino

by Bell´uomo on January 25th, 2010

Filippo Facci su Libero del 22 gennaio (ripreso dal Foglio del lunedì)

E’ difficile spiegare la vergogna personale che ho provato ieri nel leggere «La vera storia di Emma» pubblicata in prima pagina su Libero, perché il mio non è propriamente un dissenso: non si tratta di opporre una «opinione» a un’ altra, non c’ entra il giochino stucchevole del pro & contro, il libero pensiero, la democrazia eccetera.

Io penso, sinceramente, che certa roba non dovrebbe trovare dignità di pubblicazione e basta, tantomeno in un giornale che ospita, pure, opinioni molto diverse e tra queste le mie. Tremo all’ idea che questo genere di giornalismo possa far parte della prossima campagna elettorale per le regionali, come lo stesso articolo auspica: per poi magari, Libero e dintorni, accusare altri di fomentare odio.

L’ articolo di Andrea Morigi oltretutto non è neanche un’«opinione» confinabile come tale: era un articolo, e apriva il giornale. Per scoprire che cosa? Che «la candidata del Pd» Emma Bonino (candidata della Lista Bonino-Pannella, a esser precisi) «praticava aborti e se ne vantava», «ha una storia personale dimenticata», «negli anni `70 aspirava feti con la pompa delle biciclette e li gettava nella spazzatura», dopodiché il linguaggio si fa definitivamente messianico e si ritrae il mostro, la Bonino, «curva nell`atto di strappare la vita a un bambino», «uccidere il figlio che portavano in grembo», perpetrare «eccidi di milioni di italiani che l’ anagrafe non ha potuto nemmeno registrare, tanto mica votano».

Il linguaggio è quello sentimentalistico e asseverativo di chi dubbi non ne ha, e non c`è legge o dibattito o scienza che possano sfumarlo: «bambino» e «figlio in grembo» – che sarebbero il feto entro i 90 giorni di vita – sono termini che hanno già deciso anche per noi, i quali dobbiamo solo valutare se stare dalla parte «della vita» o dalla parte degli «assassini». Io e qualche milione d`italiani, probabilmente, non ci sogneremmo mai di spiegare agli altri dove cominci o finisca la vita: ma dovremmo accettare di farcelo imporre da Andrea Morigi e dalle convinzioni religiose – neanche politiche – di chi si richiama alla «scienza» solo quando serve.

Ecco, vorrei sapere se questa è la posizione di Libero. Ho scritto «assassini» perché il mio collega, nell`incredibile modo che segue, giunge ad auspicare la ventura strategia politica del centrodestra: siccome – scrive – nel 1976 Marco Pannella e Adele Faccio ed Emma Bonino querelarono il direttore di «Studi cattolici» che li aveva definiti «assassini», e questo direttore fu assolto, ciò costituisce «un precedente giuridico importante che consentirà al centrodestra di propagandare liberamente la verità anche durante la prossima campagna elettorale, toghe rosse permettendo».

Riassunto. Il centrodestra dovrebbe passare i prossimi mesi a dare dell’ assassina a Emma Bonino in virtù di una sentenza del `76, e di passaggio dovrebbe giocoforza farlo – aggiungo io – anche nei confronti di chiunque «istiga gli assassini» nel nostro Paese: ossia l`85 per cento degli italiani che sono favorevoli alla Legge l94, equamente divisi tra destra e sinistra. Occhio però ai giudici comunisti.

Berlusconi prenda nota. Io non ho nessuna particolare voglia di difendere Emma Bonino; è uno di quei radicali che trentacinque anni fa praticò la disobbedienza civile sull`aborto (autodenunciandosi) e contribuì all`introduzione del divorzio e dell`interruzione di gravidanza già presenti in tutti gli altri Paesi occidentali, sto parlando di quegli aborti legalizzati che in Italia calano anno dopo anno e che calerebbero anche di più, se certi ipocriti non impedissero che le ignoranti e le immigrate, coloro cioè che abortiscono in maggioranza, fossero raggiunte da un campagna sulla contraccezione che i vari «teocon» e «teodem» vedono come il demonio.

Più in generale, Emma Bonino è stata uno di quei pazzi – Pannella per togliere il divorzio e l`aborto dalla clandestinità, Tortora per accorgerci che la giustizia fa schifo, Berlusconi per portare la tv privata ìn Italia e non solo quella, Craxi per modernizzare il Paese – di cui ogni tanto abbiamo bisogno per compensare il perenne ritardo della politica nei confronti della società reale. C`entra qualcosa, quella Bonino anni Settanta, con la sua facoltà di saper governare il Lazio? Niente.

E mi fermo qui, a dispetto della tentazione di dire ancora molto su certe campagne del centrodestra che se ne fottono delle opinioni effettive degli elettori di centrodestra. Una sola postilla. Non mi si dica che l`attacco personale a Emma Bonino è giustificato dalla necessità di evidenziare la sua distanza dall`elettorato cattolico: da una parte perché non c`è niente he non sapessimo già – nessuna storia scabrosa e dimenticata, voglio dire – e dall`altra perché un sondaggista che mi dica che in Italia esista un «voto cattolico» dipendente dai temi etici, da anni, io lo devo ancora trovare. A meno di intendere la Lista «Aborto, no grazie» che due anni fa prese lo 0,37 per cento, meno della Svp di Siegfried Brugger.