Modernitè
Tutto il dibattito nasce da qui: un editoriale di Alzo Cazzullo sul Corriere della Sera di mercoledi 5 gennaio 2010 . Per poi prendere una via un po’ inaspettata, e, forse, alla fine, ritornare al punto di partenza
T: Inviterei il signor Cazzullo a uscire dalla redazione di via solferino. Prenda una macchina, un tram, la bici oppure vada a piedi. Passi in piazza vetra, a san lorenzo, piazza leonardo, piazzale massari, piazza moscova e all’arco della pace, posti che mi vengono in mente così, di getto. Certo, il periodo non è il più adatto, nemmeno il più “popolato”. Fa freddo, un freddo cane. Ma sicuramente rimarrà sorpreso, perchè anche se sono passati trent’anni dagli anni 80 e quasi sessanta da quando mio padre giocava a calcio in via messina, le piazze e le strade, anche d’inverno, sono ancora piene. Ragazzi, vecchi, passeggini, persone che parlano, fumano, uccidono il tempo, progettano qualcosa. Forse il signor Cazzullo non ha idea di cosa possano diventare le piazze con la primavera e l’estate. Trovo assurdo, populistico e vuoto l’editoriale del buon Aldo. Scritto tanto per riempire due colonne e scandalizzare un po’. Senza nessun seppur vago, concreto riferimento alla realtà. I punti di aggregazione delle città, della mia almeno, cambiano forma, persone e argomenti, ma sancirne la loro fine o il loro declino – soprattutto se causato dagli outlet, dai centri commerciali, alias da un negozio – è ridicolo. L’outlet è semplicemente un posto nuovo (nuovo?).
R: Mi piace il commento, da vecchio-giovane cazzimmoso. Però te la stai prendendo troppo con Cazzullo: esagera – te l’avevo detto – in snobismo, ma d’altronde il core del suo pezzo è: smettiamola di dire che i malls sono non luoghi, altrochè: sono luoghi, magari brutti, vuoti, consumistici, puzzolenti, idioti, mercificati, ma luoghi, perchè la gente ci va (e, a suo modo, li abita). Quindi sei ingeneroso con Cazzullo. Almeno io ci ho tratto questo dal suo pezzo, tu più lo snobismo da colletto bianco di via solferino.
p.s. C’è poi da dire che C. parla degli outlet, in realtà, che non sono i malls, ma una sorta di ’secondo tempo’ dei centri commerciali. Sono svendite o vendite di prodotti di una marca a prezzo all’ingrosso, quindi hanno (dovrebbero avere) un carattere più ‘proletario’, più da gente che esce la domenica e invece dello stadio se ne va all’outlet a comprarsi i jeans. Cazzullo ci ha pure scritto un libro: insomma, dai, proprio due colonne buttate no, è una cosa su cui da tempo c’aveva riflettuto. Comunque lo sai anche tu che il centro commerciale moderno non è un semplice negozio. E il fatto che non alteri la socialità (così come fb l’amicizia) è tutto da ‘dimostrare’. (così come è da ‘dimostrare’ il contrario, s’intende)
T: Il fatto che ci abbia pensato così tanto non depone affatto a suo favore, anzi.
“…i nuovi luoghi della vita, che stanno sostituendo quelli dove i nostri padri per secoli si sono conosciuti, parlati, amati, magari imbrogliati”: attenzione , perchè mi sembra proprio questo il concetto portante (dando per scontato che non siano non-luoghi…cosa sono poi, i non luoghi? urbino, come dici tu? o una sovrastruttura buona per speculare?). Non è portante l’idea di dover riabilitare (in meglio, in peggio) l’outlet (da non-luogo a quello che vuoi).
E poi cosa sarebbe l’outlet se non un negozio grosso?Mi sembra che tu abbia un’insopprimibile tendenza a voler vedere di più (possibilmente, “male”) di quello che effettivamente c’è in tutto ciò che è un semplice, normalissimo e non preoccupante risvolto (o luogo) della modernità. Cosa avrebbe in più di un negozio? Come altererebbe la socialità? Cos’ha di diverso dal vecchio mercato della domenica se non l’elettricità, il polistirolo e la musica diffusa? Scacciamo un po’ di questi demoni conservatori, orsù…
R: E invece a me sembra che ogni tanto tu tenda a vedere troppo poco.
Prendi un negozio grande (benetton) e prendi un auchan. Posti, sensazioni, ambienti, tempi e stimoli differenti. La scala conta, in questo caso. Mi ricordo un libro che avevo letto svogliatamente per l’esame di geografia urbana, ‘la città contemporanea’. Parlava dell’evoluzione dei luoghi di consumo: dai i passages parigini (Benjamin; esempi ante litteram della galleria vittorio emanuele), dove lo specchio, le luci, le vetrine, l’affastellamento dei prodotti creava una serie di modalità sociali ben definite, dove il semplice esserci (testimoniato dalla propria immagine riflessa) era appagante, provocava euforia, libine, illusione; ai malls americani. L’autore citava tutta una serie di marchingegni di marketing e di cattura dell’attenzione (pubblicità, disposizione dei prodotti, musica soave, spazio, disposizione dei negozi, attrazioni gratuite, …altre poi non ricordo) volti a creare un luogo protetto, apparentemente invulnerabile alla criminalità e alla diversità, dove potersi conoscere e riconoscere, rivivere l’atmosfera ovattata delle periferie usa di villette bianche e cani labrador, e, soprattutto, dove consumare a spron battuto. Ora io non sto dicendo che tutto questo è bene o è male; sto dicendo che esiste, e mi sembra giusto esserne consapevoli, e non marciare avanti accettando tutto o rifiutando tutto come dei caproni
T: Non è questione di accettare e marciare come “caproni”, ma cercare di dare un peso alle proprie parole, ai propri pensieri. Se la filippica che mi hai scritto vuole dimostrare che siano stati creati luoghi progettati sino al più infinitesimo dettaglio per fomentare il consumo, bene, lo riconosco: non ci sono dubbi al riguardo. Ma per quel che riguarda la socialità, le relazioni sociali e personali di cui stavamo parlando, caro mio i tuoi esempi portano ben poco: dove potersi conoscere e riconoscere. Questo è il tuo accenno e, permettimi, sono belle parole. Quello che sto sostenendo è che la speculazione (intellettuale?) dovrebbe essere più circostanziata, meno omnicomprensiva, non dovrebbe tirare in ballo fattori che, almeno a mio parere, vengono solo sfiorati e di riflesso (come i rapporti sociali se si sta parlando di un centro commerciale, di un outlet, di un mall o di quello che vuoi).Ci sono infiniti spunti più fecondi, come l’assoggettazione totale al consumo, ben distante però dall’evoluzione dell’interazione umana (fanno eccezione alcune particolarità che però non cambiano la sostanza).
Quindi, ribadisco, non accetto e non tiro dritto, ma anzi cerco di non speculare laddove la speculazione è bella, divertente, ma fine a se stessa. E ora passiamo alla realtà tangibile. Io, a un centro commerciale/outlet/etc, ci vado spesso. Ci vado a spesso quando sono a Orino (paese circondato da una desolazione nella quale il centro commerciale potrebbe sì trasformarsi in centro di aggregazione) e anche quando sono a milano (in bicocca, dove per fare un discorso classista, sì, i ragazzi della periferia potrebbero aggregarsi molto di più attorno a un posto del genere). Quello che vedo con i miei occhi sono milioni di persone che schizzano da una parte all’altra e spendono soldi risucchiati da un meccanismo che funziona: è comodo, più economico, c’è tutto ed è tutto vicino. Se il dramma delle relazioni nel centro commerciale è incarnato dal fatto che le persone si ignorano, devi riconoscere che il fuoco del discorso si sposta verso la nascita delle città e della società di massa di cui parlavi tu all’inizio della tua email (della città, attenzione, non del centro commerciale: cose differenti). Io, per altro, con i miei occhi, di ragazzi che hanno trasformato il centro commerciale nella loro personale agorà ne vedo solo rari e sparuti gruppetti. Definire la loro influenza (di questi ragazzi) sulle nuove modalità di relazione “residuale” penso sia eufemistico al ribasso. Quindi il centro commerciale, in buona sostanza, è solamente una derivazione di un nuovo tipo di società, e gravarlo del peso di una responsabilità sulle modalità di relazione mi sembra folle
R: cosa avrebbe in più di un negozio? come altererebbe la socialità? cos’ha di diverso dal vecchio mercato della domenica se non l’elettricità, il polistirolo e la musica diffusa?
Non so, forse hai ragione, vedo di più. Ma non ho istinti conservatori . Certo è un dato che la modernità (dalla rivoluzione industriale in poi) sia stata l’età dell’alienazione, intesa come distacco dell’uomo da quello che era stato il suo ritmo ‘naturale’ di vita (quello che era considerato tale, per lo meno). Con la modernità è nata la psicologia; con la modernità sono nate mille e insignificanti nevrosi; con la modernità si è fatta strada l’idea che esistano popoli giusti e popoli sbagliati, democrazie e non-democrazie (per questo, da correggere). La medicina moderna, la psichiatria, il diritto moderno sono tutte discipline correttive. C’avevi mai pensato?
A parte questo io vedo cose fantastiche, fantasmagoriche nella modernità e tante cose che mi spaventano. Che, confrontate semplicemente a pochi decenni fa, eccome se hanno alterato la vita, la socialità, la relazione, il lavoro (il lavoro! quanto ci riguarda!!), i rapporti di coppia. Forse non mi piacciono tanto gli anni 2000, forse sono disadattato: chissà. Per fortuna il mondo è vario, ed è bello sapere che esistono continenti e vite diverse, che hanno un mondo da insegnarci.
T: …tutto giusto. Volevo ricordarti che però il topic è: “l’outlet e i rapporti fra le persone”, in parole povere. La mia critica ti ha portato ad installare tutto il tuo discorso sulla base di una questione molto più ampia, sulla quale dici parole sacrosante. Però, quello che sto cercando di dirti, è che secondo me si dovrebbe fare più attenzione a non confondere l’influenza di una derivazione (il centro commerciale) con l’influenza di una realtà ben più grossa. Certamente le relazioni ci sono, d’altra parte il centro commerciale è simbolo della nostra società. Ma io rimango molto attaccato alle parole, e per me l’influenza di questo simbolo (o particolare derivazione) su quello di cui avevamo cominciato a parlare è frutto solo di una speculazione.
R: Ora ho capito meglio quello che volevi dire e in parte condivido. Rimango però convinto di una cosa: se la modernità ha rappresentato uno schizzo in avanti del tempo (e, solo di conseguenza, dello spazio), trent’anni in un secolo (1970 – 2000) sono tanti, tantissimi. E in questi trent’anni (proprio, guarda un po’, nel periodo che ha visto sopiti i grandi conflitti ideologici, politici, culturali) nuovi elementi della modernità sono emersi con sorprendente forza. Con una rapidità mozzafiato. E, sì , hanno cambiato molte cose importanti. [la modernità, poi, si definisce in fieri, nella sua evoluzione: non è che dal 1800 è nata e splaf! nuova rivoluzione copernicana: forse anche oggi siamo protagonisti e vittime di un meccanismo ben di più grande di noi che assume senso solo grazie al perenne cambiamento].
Per finire: torniamo alla realtà? La città di 40 anni fa non era la città di adesso. Esistevano in embrione le stesse dinamiche? Si, probabilmente. Oggi quante cose concrete (originate da mutamenti concreti, cose nuove -l’outlet? – ed è qui che voglio arrivare: cambiamenti reali, non parole) sono state stravolte nelle nostre vite? Moltissime…
T: Penso anche io che in 30 anni siano cambiate tante, troppe cose. Ma non mi dimentico mai della possibilità che vivere un preciso periodo possa portarti a pensare che tu – proprio noi – siamo al centro di un cambiamento che nessuno (così velocemente) aveva visto mai. e quindi, se la città di 40 anni fa non era quella di oggi, quella di 80 anni fa non era quella di 40 anni fa. I cambiamenti sono sempre moltissimi. Bisogna capire fino a che punto “globali”, “circostanziati” ma soprattutto significativi.
January 13th, 2010 at 2:46 pm
a) Dal maglione da 400 euro a quello da 99,90
Dagli anni Ottanta al 2000, la condizione della contemporaneità è stata spiegata da una serie di studi che ci hanno fatto cogliere il senso della post-modernità o il post-moderno (dall’area francese con gli studi Augiè, Lyotard e Baudrillard, a quella americana con Jameson), cioè che la dimensione dello spazio e del tempo, dei consumi e di quella che distrattamente chiamiamo società di massa non era più quella moderna descritta prima da Baudelaire e poi da Benjamin (Parigi capitale del XX secolo) o che le osservazioni su moda e consumi non reggevano come nel primo decennio del Novecento (Georg Simmel, Thorstein Veblen). La teoria della distinzione sociale per ceti o classi (secondo un modello rigidamente deterministico) veniva annienta da quella partecipativa dove il segno, oggi quello dell’informazione, in passato era l’ideologia, cioè di una narrazione fondante e originaria della realtà in diretta, senza storia e fatti, ci porta “sconsolatamente” all’adesione e all’iniziazione a quei meccanismi atti al riconoscimento e alla costruzione di identità collettive. Insomma, per farla breve l’uomo pre-moderno disponeva di un’identità più stabile, fondata sulla tradizione, mentre l’uomo post-moderno si pone il problema di assumere stili di vita, continuamente modificabili, poiché la scelta di uno stile di vita non è definitiva e si può sempre rettificare o liquefare secondo Zygmunt Bauman. Se compro il maglione a 99 euro non è certo perché rinuncio alla passeggiata nel centro desolato (ah Desolation road di Bob Dylan!) e desidero mettermi in coda all’outlet, e nemmeno perché questi Non luoghi siano diventati luoghi, mentre il centro è proprio un ex luogo. Piuttosto, vale la pena osservare che i non luoghi anni Novanta (cioè luoghi di transito di merci e uomini come le stazioni, gli aeroporti, i grandi centri commerciali, i parchi giochi, Gardaland e &) nell’arco di meno di vent’anni siano diventati luoghi opprimenti, da fatica… da proletari e immigrati che vi passano il sabato o la domenica secondo un orario “di lavoro” che va dalle 4 alle 6 ore. Quindi il successo dell’Oulet è dovuto alla proletarizzazione dei consumi, mentre la griffe di via Condotti o via Montenapoleone hanno non solo merci, ma anche consumatori diversi e non possono essere messi a confronto. Come è ben noto la merce dell’outlet non è la rimanenza dell’anno prima o la scorta di magazzino, ma una seconda-terza linea produttiva con soltanto quella destinazione. Che non si dica, fa parte delle regole d’inganno del sistema moda.
b) Luoghi come e per chi
Nella provincia più provinciale, ma anche nelle medie città, ogni Natale si solleva il problema delle luminarie, assessori e sindaci sono messi alle strette da associazioni di categoria e commerciali. Le luci dovrebbero far vendere di più secondo il bottegaio che non ha letto Benjamin, ma il messaggio dopo un secolo gli è arrivato; in fondo sa che la rete dello scambio commerciale e gli stessi consumi in un paio di mesi gli forniranno oltre il 70% del fatturato annuo. Lo sanno anche i cinematografari o i librai, i venditori di vino e di dolci che il pubblico è vivo (col portafoglio o il bancomat in mano) solo per questi due mesi e che “la tredicesima” dovrà essere Cosa Loro. Il Natale non è poi così santo perché è noto che incrementare la familiarità, la festosità, il clima di accoglienza ha un solo scopo accappararsi “la merda del diavolo”, cioè il denaro.
E i poveri luoghi cosa centrano? Nulla, salvo il fatto che fanno sempre più tristezza: da una parte affollati dalla calca, dall’altro a intermittenza con le loro lucine sembrano chiedere scusa. E quando sarà caldo il vero e unico non-luogo rimasto ( tutti gli altri si sono ormai conformati non al passante ma all’acquirente) sarà l’autostrada da Torino a Reggio Calabria: 1500 chilometri di coda, quasi 4 milioni di italiani chiusi nelle loro casette a 4 ruote a imprecare in coda, ma desideranti a mettere un piede in acqua e di avere 30 centimetri di sabbia. Così si è felici. Così esiste la cronaca nera sui giornali, spiegata ormai solo con quella rosa. Tra trent’anni non ci saranno più nemmeno quelli e si dirà: ma mezzo secolo fa quando non esisteva la carta igienica…ci si puliva il culo!