Graffiti Romani
Due sere fa, riflettendo con Brian Sitza sul tema della Giornata della memoria con qualche birra di troppo in corpo, mi sono lasciato andare ad affermazioni discutibili (come al solito) per le quali sono stato prontamente redarguito.
Ieri mattina, riprendendo una cara consuetudine, mi sono recato dall’edicolante più vicino a casablatta per comprare la mia copia giornaliera de “Il Manifesto. Provvidenziale come al solito, la prima pagina presentava un lungo editoriale proprio sul tema della Memoria che ho trovato molto condivisibile. La saggezza dell’autore di certo supera la mia irruenza verbale…
“Sui muri del Museo della Liberazione di via Tasso a Roma, in occasione del 27 gennaio, insieme alla scritta «Olocausto propaganda sionista» più croce celtica è apparsa un’altra scritta anch’essa di ovvia matrice fascista, che dice: «Ho perso la memoria». Allo stesso modo della vicenda recente del furto della scritta «Arbeit macht frei» ad Auschwitz, questa scritta mi pare un esempio da manuale di come cancellazione della memoria ed eccesso di memoria siano la stessa cosa: uno che si ricorda di avere perso la memoria o che si affanna a farne sparire i segni è uno che la memoria se la porta cucita addosso, non riesce a liberarsene, e nel suo darsi da fare per rimuoverla non fa che richiamarla ossessivamente.
Basterebbe questo per poter dire che la giornata della memoria, con tutto il sovrappeso di liturgie e di cerimonialità che gli si è incrostato addosso, è comunque ancora portatrice di senso. Se non altro, serve a dire a fascisti, nazisti e razzisti che non ci dimentichiamo di loro, di quello che hanno fatto, di quello che stanno facendo e di quello che sono capaci di fare. Se noi pensiamo alla memoria solo come a un deposito di fatti appartenenti al passato, allora la giornata della memoria è davvero un cerimoniale ripetitivo e stanco. Ma se riconosciamo la memoria come la rielaborazione incessante del nostro rapporto attuale con il passato e con la storia, come a una faticosa ricerca di senso, allora questa giornata non può essere la stessa da un anno all’altro, ma deve
entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, servire da strumento interpretativo per il presente. E allora, – in una città che ha accolto il sindaco con camicie nere e grida di «Duce, Duce», che ha accompagnato con saluti romani l’inizio della campagna elettorale per le regionali della candidata Pdl Polverini, in un anno culminato con la caccia al nero di Rosarno – serve a ricordarci che alla Shoah non si è arrivati tutto d’un colpo. In Italia come in Germania il genocidio è stato l’orizzonte a cui tendevano un’infinità di passi e tappe intermedie – leggi, schedature, esclusioni, manipolazioni e corruzioni del senso comune, silenzi, indifferenze, opportunismi, guerre. La storia non si ripete mai identica e non immagino un ripetersi della catastrofe nelle stesse forme e luoghi di allora; ma i segni quotidiani intorno a noi vanno in direzione di un altro abisso la cui forma non riusciamo a immaginare. Ma che non per questo siamo meno responsabili di fermare finché siamo in tempo.
Perciò dobbiamo ringraziare gli autori di queste scritte perché, in tempi di razzismo anti-immigrati, anti-rom, anti-rumeni e anti-gay, ci ricordano che non si dà razzismo senza antisemitismo e che le forme più arcaiche di questo grado zero, modello e matrice di tutti i razzismi sono vive, vegete e postmoderne. Perché la memoria non serve a pacificare e farci sentire tutti buoni, ma a disturbare le coscienze: le coscienze degli eredi e dei complici dei massacri, che negano memorie che non possono sopportare, ma anche le coscienze di quelli che credono che tutto questo appartenga a un passato che non ci riguarda più, a una «barbarie» che non ha niente a che fare con le moderne radici dell’Europa – un passato sia pure da deprecare ma da chiudere col rituale «mai più» per poi ricominciare a occuparci di altro.
E soprattutto, questa giornata serve a respingere gli inviti interessati di chi, dalla stessa parte di questi graffitari orrendi, ci invita a minimizzare e a tacere. Direi che dobbiamo fare proprio il contrario: bisogna parlare, e parlare chiaro –
tanto alla sinistra esitante, quanto a quella destra che ha cercato una rispettabilità corteggiando la comunità ebraica. Deve farci capire se queste schifezze stanno ancora nel suo ambito e nel suo bacino elettorale, se le tollera o addirittura le va a cercare, o se ha il coraggio di rompere e di rifiutarle non a parole ma con fatti concreti. Come finora non ha fatto.”
Alessandro Portelli